Calendula: il fiore del tempo e del dolore

Basta uno sguardo alle piccole cose per capire quanto sia stretto il legame tra l’uomo e la natura.

La calendula, chiamata in Inghilterra Marigold, è una pianta legata al ciclo del sole e ai rituali della Vergine Maria; in India è un fiore da donare al fiume, in ricordo dei defunti e per pulire il karma.

Il suo nome deriva dal latino calendae, che significa mensile, probabilmente in riferimento alla cadenza regolare della sua fioritura estiva. Il fiore di calendula sembrerebbe essere legato anche al concetto di tempo “meteorologico”. Infatti per gli agricoltori, se i fiori sono aperti tra le sei e le sette del mattino, ci sarà bel tempo se invece i fiori non sono aperti, pioverà di certo in giornata.

Oltre al tempo la calendula è anche collegata al concetto di dolore. Secondo il culto mitologico la dea Afrodite, disperata per la morte del suo amante Adone, pianse a dirotto fino a generare, con le sue lacrime, proprio una pianta di calendula. In virtù di tale credenza, nell’antica Grecia ogni raffigurazione di dolore veniva rappresentata con un giovane che portava con sé una corona di calendule.

A parte le leggende, se è vero che la calendula è legata in qualche modo al dolore, lo è nell’accezione positiva del termine. Le mamme di tutto il mondo la usano sui loro bambini proprio per alleviare il dolore e il prurito dovuto alle punture di insetti o agli eczemi. É un ottimo rimedio nel trattamento esterno di tagli superficiali, nelle infiammazioni minori della pelle e delle mucose e nelle ulcere venose.

Studi scientifici dimostrano che l’unguento, preparato secondo la Farmacopea Omeopatica tedesca, ovvero con una concentrazione pari al 10% di tintura madre (T.M.), agisce al pari di un agente topico a base di corticosteroidi, per ridurre l’incidenza di dermatite acuta nelle donne sottoposte a radioterapia per il cancro al seno.